\. (Simone Mazzata)

Cambierà tutto, dicono i ben informati. Mi è sembrato un po’ forte come inizio e così ho deciso di approfondire la cosa. In compagnia di due esperti a livello internazionale. Di seguito un mio contributo (divulgativo) e due interviste*.

La chiamano – in modo trionfalistico e ultimativo – il “Protocollo di Dio”,

enfatizzandone le incredibili potenzialità e applicazioni. Certo è che la tecnologia blockchain, per ora appannaggio di una nicchia di operatori, è destinata a rivoluzionare, in modo irreversibile, la rete internet e, di conseguenza, il nostro modo di vivere.

Appare nel “lontano” 2008 – tempi biblici per l’evoluzione tecnologica – quando Satoshi Nakamoto, pseudonimo di un anonimo individuo (o gruppo), inventa il bitcoin, la prima moneta digitale. E’ il momento più acuto della crisi finanziaria globale, e Nakamoto reagisce in questo modo allo strapotere della finanza, che ha generato sfiducia tra i cittadini e delusione sul versante tecnologico, dove i computer (e gli smartphone oggi), nati per garantire più libertà personale, sono invece diventati strumenti di controllo di massa.

Il primo aspetto di questa rivoluzione è la creazione di una forma monetaria decentralizzata, senza bisogno di banche, grazie all’infrastruttura blockchain. Letteralmente, una “catena di blocchi”, dove ogni blocco è un pacchetto di informazioni contenente le transazioni. I blocchi sono condivisi da una rete interconnessa di milioni di persone, come fosse una catena, che mettono a disposizione la potenza di calcolo del proprio computer, necessaria per gestire e rendere sicura la rete stessa.

Si crea così un Libro mastro, “un registro permanente, immodificabile e distribuito di tutte le transazioni” ci aiuta a capire Nicola Attico, esperto di blockchain. Non controllato da un’autorità centrale, con l’utilizzo della crittografia per garantire sicurezza e anonimato. Se questo registro funziona per lo scambio di denaro, si può estendere a qualsiasi tipo di transazione. E’ la seconda, straordinaria, novità. “Cosa avverrebbe se, ad esempio – ci racconta Attico entusiasta – l’identità e la proprietà, ma anche la burocrazia, la legge stessa, diventassero totalmente digitali e tracciabili sul registro? Pensa all’ambito artistico, al diritto di autore, o alla proprietà di un’abitazione…”.

La tracciatura con blockchain, a onor del vero, è già attiva con molte applicazioni, non solo sperimentali. In Italia, ad esempio, è utilizzata con successo nel settore agroalimentare, con la tracciabilità di filiera dei prodotti, per garantire trasparenza, qualità e sicurezza. Il web, in fondo, era nato per questo: condividere e redistribuire informazioni a tutti. Ma si è risolto, nei fatti, nel dominio di pochi giganti che gestiscono la nostra vita. “La condivisione di dati da parte delle reti di computer prima, la fase partecipativa con i social poi, non hanno impedito che grandi aziende abbiano posizioni di monopolio dell’informazione” – dichiara Michael Casey, giornalista e consulente – Si apre una nuova era, che dovrebbe fare piazza pulita degli intermediari, per lasciare che siano le persone a forgiare i propri legami di reciproca fiducia e a definire le reti sociali e gli accordi di business.

Il web del futuro ha come fulcro la gestione dell’identità personale, in una comunità umana sempre meno fiduciosa degli intermediari e sempre più desiderosa di protagonismo. Il futuro sarà in mano a tre centri di potere: governo, finanza e tecnologia – taglia corto Casey – e la lotta si giocherà tra sistemi centralizzati e distribuiti.” Da questo punto di vista, non c’è dubbio, un sistema decentrato, rispetto ai server centralizzati, riduce i rischi dell’utilizzo distorto o improprio dei dati.

Il modello blockchain parla a persone che non intendono delegare ad altri e che si coordinano per un interesse comune. Comunità che si autodeterminano, con regole condivise, magari tramite piattaforme partecipative, come in Italia la nota “Rousseau”(gestita dall’omonima associazione).

Blockchain è un enorme cantiere aperto, giorno e notte, con tanta strada da costruire e molte contraddizioni da affrontare. Le due interviste a lato lo mettono in luce: a fronte di velocità supersoniche sul piano tecnologico, sviluppate perlopiù da giovani talenti, è assai lacunosa la riflessione sugli impatti sociali, culturali ed etici che avrà questo nuovo paradigma. Resta ancora da capire, detto brutalmente, se nel mondo di Matrix le relazioni “in carne e ossa”, come si usa dire, avranno il posto che spetta loro. Ovvero il senso distintivo dell’Avventura Umana. 

INTERVISTA A NICOLA ATTICO

Nicola Attico (44 anni) è laureato in fisica alla Normale di Pisa. Ha lavorato al MIT di Boston, è un esperto di blockchain e per un’azienda americana si occupa di piattaforme e processi. Ha scritto per GueriniNext “Blockchain. Guida all’ecosistema” (pp.216, €22), un contributo pieno di preziosi casi concreti.

Nicola, il tuo volume è chiaramente orientato alla divulgazione di questa tecnologia. A che punto siamo? Anche all’estero, nonostante quel che si pensi, è un argomento di nicchia e, allo stesso tempo, un mondo in grande subbuglio. In questi anni siamo abituati a nuove e veloci ondate tecnologiche. Ma blockchain cambia le fondamenta di come utilizziamo internet e informatica, la possibilità di implementare una serie di attività e processi che internet non era in grado di supportare. Per gli utenti, per le aziende e, nel lungo termine, secondo me, anche per le istituzioni.

Non saranno molto contenti i giganti della rete… E’ vero. E’ l’intermediatore di servizi e dati a diventare ingombrante. Anche se quel tipo di attività non è cattiva in sé, a mio parere. Io continuerò a dare i miei dati a Google perché il valore che attribuisco ai loro servizi è superiore. Però il futuro sarà sempre meno affidato a loro. Parafrasando un servizio conosciuto, sarà “Uber senza Uber”: un’azienda crea un software, lo rilascia su blockchain e diventa un contratto, senza intermediari. I cosiddetti “smart contract”. Un cambio di paradigma.

Quale è il settore più promettente per questa tecnologia? Certamente, nel medio-lungo periodo, l’Intelligenza Artificiale, che automatizza gran parte delle attività umane e si basa su enormi quantità di dati, attualmente controllati dai giganti del web. La futura “democratizzazione dei dati” deve dare a tutti la possibilità di utilizzo e controllo, abilitando così lo sviluppo tecnologico al di fuori delle mura di poche aziende.

E per la gestione dei dati personali come la mettiamo? Blockchain dovrebbe permettere di mantenere il controllo dei propri dati personali, grazie a un uso più maturo della crittografia. Sarà una svolta anche nel settore privacy, coerente con le nuove normative. Io saprò esattamente a chi ho fornito i miei dati e, al contempo, verrò riconosciuto in modo univoco. Con un salvataggio dei miei dati su una rete decentralizzata.

Come si affermerà questo cambio di paradigma? Siamo sul crinale di una montagna. Ci saranno grandi cambiamenti, ma in che direzione è difficile dire. Certamente non avverranno in modo lineare: si combineranno un effetto-farfalla (cambiamenti localizzati che impattano su tutto) a un effetto-valanga. Pensa solo se Facebook (con oltre due miliardi di utenti) lanciasse la sua criptovaluta… Che cosa accadrebbe?

A chi è affidato il timone? Lo sviluppo di blockchain è in mano agli informatici. Non nascondo, come intuisco dalla tua domanda, che manchi una “guida alta”, una visione d’insieme che ragioni anche su aspetti più squisitamente culturali e di impatto sociale. Il valore di blockchain è l’approccio sistemico, è l’interconnessione. Lo stiamo costruendo ora.

INTERVISTA A MICHAEL J.CASEY   (l'intervista completa verrà pubblicata a breve) 

Già editorialista del Wall Street Journal e giornalista per importanti giornali USA, Michael J.Casey (51 anni) si dedica a tempo pieno alla blockchain come imprenditore e consulente. Ha scritto con il collega Paul Vigna La macchina della verità (The truth machine), pubblicato in Italia da Franco Angeli (pp.357, € 30).

Caro Michael, il protagonista assoluto del libro è la fiducia. O meglio: la mancanza di fiducia tra le persone. Se ci affidiamo a blockchain per ricreare fiducia, il compito dell’uomo è esaurito? Non rimuoveremo mai il bisogno di fiducia umana. Blockchain risolve solo il livello delle transazioni e la registrazione degli scambi di valore (anche i dati) che effettuiamo. È un aspetto molto importante, perché la tenuta dei registri fornisce una base sulla quale possiamo stipulare accordi reciproci e sviluppare relazioni più affidabili. Può essere una macchina che crea fiducia.

Nonostante le premesse e le promesse, internet non ha funzionato per distribuire in modo equo le informazioni a livello globale. Perchè? Il “peccato originale” di internet era che non risolveva il problema della fiducia per gli scambi di valore. Prima abbiamo capito come trasferire informazioni direttamente, senza intermediari, ma poi abbiamo scoperto che questo non funziona quando siamo in presenza di scambi di valore, come denaro o dati preziosi. Abbiamo bisogno di parti terze fidate che intervengano nei nostri scambi e mantengano il registro per nostro conto. E, giacché i dati sono diventati “LA valuta”, gli aggregatori di dati a cui noi abbiamo trasferito enormi quantità di dati, li hanno trasformati in dollari pubblicitari e altre fonti di entrate. Le economie di scala dell’effetto-rete generate da un singolo intermediario, poi, hanno fatto sì che i primi motori abbiano dominato l’intero web.

Ti riferisci a giganti come GAFA (Google, Amazon, Facebook e Apple)? Proprio loro: non sarà facile abbattere la loro potenza, perché ci sono efficienze naturali che derivano dalla centralizzazione e dagli effetti di rete. Ma che si tratti di una soluzione blockchain o di qualcosa che si basa sugli stessi principi di gestione della fiducia distribuita, almeno ora disponiamo di un quadro per la risoluzione di quel peccato originale, un modello su cui costruire una nuova architettura di Internet. Potrebbe essere l’azione del governo o altri metodi per forzare il cambiamento su questi colossi di “utilità” de facto, ma credo che alla fine ci arriveremo: la situazione che si è generata, tra guadagni eccessivi per se stessi e la sfiducia che sta serpeggiando tra il pubblico, è insostenibile.

Il tuo ottimismo su blockchain mi ricorda la “mano invisibile” di Adam Smith, che doveva risolvere ogni problema del business e della società … Non è così. Blockchain risolve solo la funzione di tenuta dei registri. La ragione per cui la vediamo in relazione al “futuro di tutto”, tuttavia, è che la conservazione dei registri è una componente vitale di tutte le forme di scambio di valore umano. Lo è sempre stato per ogni civiltà, dalle prime notizie su Babilonia. Ciò che è diverso ora è che disponiamo di un registro decentralizzato. Questo è un cambiamento di paradigma che può influenzare tutto.

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*Questo servizio, opportunamente modificato, è stato pubblicato integralmente nella pagina culturale del Giornale di Brescia.